Migliaia di caldei in fuga dall’Iraq

Riportiamo qui di seguito alcune interessanti osservazioni di Sophie Tavernese, giornalista, estratte dal numero 55 della rivista “Coscienza e libertà”. 
Arrivati in Turchia dopo una fuga romanzesca dall’Iraq per fuggire dalla guerra e la persecuzione contro i cristiani, molti caldei ottengono lo status di rifugiato. È un primo risultato sicuro, ma “si trasforma, giorno dopo giorno, in un limbo doloroso senza fine, o quasi”.
C’è chi aspetta da anni la possibilità di andare in Canada, chi per dare un futuro migliore ai bambini sogna di poter giungere in Finlandia, attendendo il lasciapassare che “permetterà loro di cominciare una nuova – finalmente pacifica – vita altrove”.
 
Sophie Tavernese continua: “La quotidianità in terra turca non è facile per i caldei iracheni. Minoranza in patria e minoranza nel paese che li ospita. In Turchia sono quasi 40 mila. Molti di loro vivono di stenti, non sempre hanno da mangiare e un’occupazione, anche occasionale, per tanti è un miraggio."
In Turchia i caldei sono oggetto di limiti, vincoli e strette regole di comportamento: in un paese islamico, debbono nascondere la propria fede, non possono pregare in pubblico o appendere un crocifisso in casa, le donne debbono comunque velarsi, … chi non rispettasse tali regole potrebbe subire rappresaglie e perdere l’alloggio o le cure mediche. Un pochino meglio sembra essere la situazione di chi, abbandonato l’Iraq, affronta la migrazione passando dalla Giordania o dal Libano.
Ma chi sono i caldei? La Tavernese ci spiega: “I caldei, chiamati anche cristiani iracheni o cattolici iracheni, discendono da un gruppo di antichi abitanti della Mesopotamia meridionale, che si convertirono al cristianesimo nel I° secolo d.C., attirati dalla predicazione dei seguaci dello apostolo S. Tommaso”.
 
La comunità cristiana irachena è costituita da caldei (circa lo 80%), ciriaci (il 10%), assiri (il 5%), armeni e arabi cristiani; la maggior parte di questi sono cattolici, ma non mancano gli ortodossi e i protestanti. La lingua madre dei caldei è il neoaramaico caldeo, che deriva dalla antica lingua parlata da Gesù. Si incontrano grandi comunità di caldei anche negli Stati Uniti, precisamente a Detroit, in Michigan ed in California.
Prima del 2003 i caldei erano la principale cultura cristiana in Iraq, occupando anche posizioni importanti nel governo, nella sanità e nel campo scientifico. Dopo il 2003 i caldei sono diventati “l’obiettivo di una sistematica e brutale persecuzione messa in atto prima da AlQaeda, poi dall’ISIS, nel quasi totale silenzio della comunità internazionale”. Prima di questa odissea, i cristiani iracheni erano circa 1.800.000 rappresentando il terzo gruppo etnico dopo arabi e curdi. Oggi, dopo lo sterminio o la fuga di circa 1 milione di caldei, se ne contano solo 300.000.
 
Sophie Tavernese ci descrive in particolare l’inferno vissuto dai Caldei: “negli ultimi 14 anni si sono susseguiti rapimenti di capi religiosi e di civili, stupri, bombardamenti di chiese, omicidi, decapitazioni e conversioni forzate”. Quasi il 70% delle loro abitazioni è stato confiscato  da terroristi di varie appartenenze, senza alcuna procedura legale. 
Dopo la definitiva partenza delle truppe USA nel 2011 e, successivamente, con l’invasione della piana di Ninive da parte dell’Isis, la situazione è drasticamente peggiorata: costretti alla fuga per sopravvivere ed obbligati ad una vita in accampamenti per anni.
Con la liberazione dal sedicente “Stato Islamico” la situazione tende a un certo miglioramento e molti decidono di rientrare, anche se la guerra tra peshmerga curdi e forze di sicurezza irachene rendono la situazione ancora molto drammatica.
Da un testo di Sophie Tavernese ( Corriere Acat di Luglio)
 
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