Grazie al CPT, in Europa luoghi di detenzione più trasparenti e permeabili

Mario Peraldo Gianolino*
Se è vero che “le parole sono atti” -come diceva il filosofo francese Jean Paul Sartre- il XX Secolo ci ha, però, lasciato in eredità un importante insegnamento: nel campo dei diritti umani la proclamazione di cataloghi di diritti universali ed inviolabili -sebbene costituisca premessa indefettibile per il loro riconoscimento formale- non è condizione sufficiente a garantirne il concreto godimento, risultando invece necessario promuovere le condizioni culturali, sociali ed economiche che si pongono come presupposti irrinunciabili per l’effettivo esercizio di tali diritti da parte dei loro destinatari. 
 
Al termine del percorso universitario presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Genova e in occasione della tesi di laurea, ho scelto di intraprendere lo studio di un organismo del Consiglio d’Europa che rappresenta a livello regionale europeo un esempio emblematico di quel che significa “agire” per la tutela dei diritti umani, promuovendo azioni concrete per la loro salvaguardia.
Mi riferisco, per l’appunto, al Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura e dei trattamenti inumani e degradanti istituito sul finire degli anni ‘80 e i cui membri -ispettori indipendenti, esperti nella materia penitenziaria, criminologica, sociologica e medico-sanitaria- operano ormai da quasi 30 anni nell’ambito della tutela dei diritti umani, conducendo periodicamente visite ispettive in tutti i luoghi di privazione della libertà personale degli Stati del Consiglio d’Europa.
 
Il mio interesse per il Diritto Penitenziario e per la tutela dei diritti delle persone detenute è nato dalla felice frequentazione del corso universitario seguito presso l’Università di Genova e tenuto dal Prof. Franco Della Casa, e si è acuito nel corso del tempo anche grazie ad una sorta di urgenza che ho avvertito nella stridente attualità della “questione penitenziaria”. 
 
Negli ultimi anni, infatti, il tema delle carceri, del trattamento delle persone detenute e del rispetto del principio di dignità è tornato in modo prepotente ad occupare la scena del dibattito pubblico italiano, soprattutto a causa del (ciclico) riacutizzarsi del problema del sovraffollamento carcerario. Un problema al quale le Autorità italiane hanno tentato di porre rimedio -si potrebbe dire obtorto collo- solo a seguito delle ripetute condanne inflitte da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale ha rilevato una violazione “sistemica” dell’art. 3 CEDU da parte dello Stato italiano. La questione del sovrappopolamento carcerario, peraltro, era già stata oggetto di reiterate raccomandazioni e di pressanti solleciti, da parte del Comitato europeo nel corso delle sue visite, condotte sin dai primi anni ‘90, ai luoghi di detenzione italiani.
 
È all’interno di questo contesto storico e sociale che, volgendo la mia attenzione al funzionamento del CPT e studiando i suoi Report stilati al termine delle visite negli Stati, ho potuto approfondire le tematiche dell’esecuzione penitenziaria e prendere coscienza delle diffuse criticità che, ancora oggi, affliggono i sistemi carcerari europei; comprendendo, d’altra parte, che la piaga del sovraffollamento carcerario costituisce soltanto una delle molteplici espressioni che i trattamenti inumani e degradanti possono assumere all’interno dei luoghi di reclusione.
L’azione del Comitato europeo, infatti, si caratterizza per la sua natura preventiva: gli ispettori europei visitano i luoghi di reclusione –carceri, caserme, ospedali psichiatrici, centri di detenzione per stranieri- con l’obiettivo di individuare non tanto i singoli atti di tortura o di maltrattamento in atto o già verificatisi, quanto di riconoscere le criticità esistenti nel contesto detentivo oggetto di visita e che si pongono come elementi prodromici e facilitatori di detenzioni contrarie alla dignità umana o che possano favorire l’insorgere di trattamenti vietati.
 
Dall’infaticabile attività di monitoraggio degli ispettori del CPT –condotta palmo a palmo nei luoghi di detenzione d’Europa- e dalla disamina degli standard (linee-guida) di detenzione frutto di tale esperienza sul campo, ho potuto apprendere che la prevenzione dei fenomeni di tortura e dei trattamenti inumani e degradanti non passa soltanto dalla predisposizione da parte degli Stati di adeguate garanzie legali in tema di libertà personale, di efficaci strumenti di tutela giurisdizionale per accertare e sanzionare gli autori delle condotte vietate, o di procedure chiare e predefinite in tema di custodia della persona; ma che, altrettanto strettamente, l’efficacia dell’azione preventiva dipende dal corretto sviluppo di fattori complementari quali le condizioni materiali di detenzione, l’accesso alle cure mediche, la preparazione e la formazione del personale penitenziario, l’accesso alle attività trattamentali e al lavoro. 
 
Si tratta, per l’appunto, di quelle pre-condizioni indispensabili -come già accennato- a garantire l’effettivo godimento dei diritti fondamentali della persona ed il rispetto dell’intangibilità della dignità umana come principio cardine in materia di diritti umani. 
La lotta ai fenomeni di tortura e ai trattamenti vietati, pertanto, deve necessariamente riguardare i più diversi profili della detenzione e del trattamento delle persone private della libertà personale, nella consapevolezza che ogniqualvolta si ammette e si tollera la violazione della dignità umana nei confronti di un arrestato, di un detenuto o di una persona a vario titolo soggetta all’autorità pubblica, ad essere in pericolo non sono soltanto i suoi diritti fondamentali di essere umano, ma la libertà e l’integrità fisica e morale di ciascun cittadino.
 
Non si ripete mai abbastanza, per quanto evidente, che ogni luogo in cui lo Stato mantiene i cittadini in stato di privazione della libertà personale non può in alcun modo sfuggire alle medesime leggi che l'ordinamento impone per la generalità dei consociati. L'argomento, a ben vedere, è retto non solo dal principio di rispetto della persona umana, ma dalla stessa necessità di coerenza dello Stato di Diritto. Dobbiamo, infatti, domandarci: uno Stato che tortura, maltratta o degrada l'essere umano ad oggetto, quale credibilità agli occhi dei suoi consociati e quale legittimità può conservare nell'esercizio del potere pubblico?
 
Accingendomi al termine di queste brevi considerazioni, voglio ancora evidenziare un ultimo aspetto dell’attività di monitoraggio condotta dal CPT. Nel corso della sua esperienza trentennale, attraverso un’azione diffusa di ispezione e di reportage, l’organismo europeo ha contribuito in modo sensibile a mitigare il carattere di impenetrabilità e di opacità di quelle che Micheal Foucault ha definito, a ragion veduta, “istituzioni totali”. Anche grazie al contributo degli ispettori europei –affiancati, in questo, dalle autorità garanti nazionali e dalle numerose associazioni regionali e locali attive nell’ambito della detenzione- si può dire che oggi i luoghi di reclusione d’Europa sono un più trasparenti e un po' più permeabili all’osservazione della comunità esterna e, forse, un più rispettosi dei diritti delle persone private della libertà personale.
 
Mi piace, infine, chiudere con un pensiero ed un ringraziamento rivolto ad ACAT Italia, impegnata quotidianamente in azioni concrete contro i fenomeni di tortura e di trattamenti vietati, in Italia e nel mondo. Nel corso della bella cerimonia di premiazione per il premio di laurea 2017 che si è tenuta il giorno 18 dicembre in Roma, presso la sala Tobagi della Federazione Nazionale Stampa Italiana, e seguita da un’interessante tavola rotonda in tema di tutela di Minori non accompagnati, innanzi ad una platea di giovani studenti liceali, mi sono sentito di rivolgere il seguente incoraggiamento: le tesi di laurea ed i progetti di ricerca in tema di diritti umani sono, talvolta, un po’ temuti dai giovani studiosi, perché -sebbene affrontino tematiche appassionanti- sono caratterizzati da un più elevato grado di astrattezza e di idealità che li fa ritenere –a torto!- difficilmente “spendibili” nel mercato del lavoro. Io credo, invece, che i percorsi di studio che vertono su tali alte tematiche sociali costituiscano, se affrontati con passione e dedizione, una preziosa occasione di crescita personale ed un’esperienza che cambia profondamente ed in modo irreversibile la “lente” attraverso il quale si osservano e si valutano gli avvenimenti del mondo. 
 
Il mio, pertanto, è un invito ad ogni giovane studente che si appassioni alle tematiche afferenti la tutela dei diritti umani ad intraprendere senza timori e con entusiasmo il proprio percorso di studio, portando con sé la consapevolezza ed il coraggio di sapere che alla fine di questo suo percorso si ritroverà, di certo, un po’ cambiato.
 
*Contributo di Mario Peraldo Gianolino vincitore Premio di laurea Acat 2017 con la tesi dal titolo  “Il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti: rilievi e prospettive del Garante europeo delle persone detenute” 
 
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