Tortura di Stato e crimini contro l'umanità in Siria: quale giustizia?

di Samantha Falciatori*
“Non si può arrivare alla pace senza fare giustizia, senza dare alle persone la fiducia che gli autori di stupri e massacri risponderanno per quello che hanno fatto. Nient’altro potrà funzionare”. Con queste parole Stephen Rapp, ex Procuratore del Tribunale Speciale per la Sierra Leone oggi impegnato nel caso siriano, ha riassunto la chiave di qualunque soluzione al conflitto siriano.
 
Il 15 marzo 2011 milioni di siriani scesero in piazza per rivendicare libertà, diritti, giustizia sociale e riforme, dopo 45 anni di leggi di emergenza e dittatura. Ottennero in cambio repressione, torture di massa, sparizioni forzate e bombardamenti. Da quel giorno la situazione è degenerata in catastrofe: i morti sarebbero mezzo milione, quasi 7 milioni i rifugiati fuori dalla Siria e 9 milioni gli sfollati interni, su un totale di 22,5 milioni di siriani. Ciò che era iniziata come una sollevazione popolare in nome di libertà e diritti civili per tutti si è trasformata in una sanguinosa guerra, dove hanno prevalso gli interessi di attori esterni. Questi sette anni sono stati costellati (e lo sono tuttora) da un’infinità di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui stermini, torture, stupri di massa, bombardamenti indiscriminati anche con armi proibite (munizioni a grappolo, fosforo bianco, napalm, cloro, gas nervino sarin ecc..), assedi, deportazioni della popolazione civile e molto altro. Il campionario di atrocità commesse ha di fatto portato alla violazione di ogni norma del diritto internazionale e umanitario, e ciò che le accomuna tutte è la tortura.
 
Sono infatti le perverse dinamiche di annientamento dell’individuo, sia fisico che psicologico, il filo conduttore che intesse le varie atrocità commesse in Siria. Sebbene la tortura sia praticata da tutte le parti in conflitto, per estensione e strutturazione delle strategie di violenza spicca l’elaborata macchina della tortura di Stato del regime siriano, che riguarda la stragrande maggioranza dei casi di tortura registrati nel Paese e che per sue caratteristiche intrinseche ammonta, secondo la Commissione d’inchiesta ONU sulla Siria, al “crimine di sterminio della popolazione civile”. La tortura di Stato è una delle maggiori cause di morte dei civili siriani ed essendo praticata da uno Stato membro della Convenzione contro la tortura comporta delle responsabilità specifiche. In Siria essa è un’istituzione con decenni di sviluppo alle spalle, sin dalla salita al potere di Hafez al Assad nel 1971, che ha fatto della tortura lo strumento di potere principale per reprimere e tenere sotto controllo sia le forze armate che la società. L’evoluzione di questa terribile pratica, la formazione e l’addestramento dei servizi segreti siriani alle più raffinate tecniche di tortura si deve all’ex capo delle SS naziste Alois Brunner, riparato in Siria negli anni ’50 e protetto dal governo siriano in cambio delle sue competenze in materia di polizia politica.
 
Con l’evolversi del conflitto, la tortura ha subito una drammatica evoluzione, soprattutto nel suo scopo: non più solo mezzo per estorcere confessioni o informazioni, ma sempre più strumento di punizione e vendetta, fino ad affermarsi come mezzo per uccidere. In Siria la tortura non è più un mezzo per un fine, ma il fine stesso. C’è infatti differenza tra morire sotto tortura ed essere torturati a morte. Uccidere attraverso la tortura è divenuto così sistematico da necessitare di una macchina organizzativa, logistica e burocratica in grado di gestire e controllare ogni anello della catena, dall’arresto allo smaltimento del cadavere, in un complesso e infernale “arcipelago della tortura” che non risparmia nessun civile, senza distinzione alcuna di sesso o età. Migliaia sono i bambini uccisi sotto tortura e fu proprio l’uccisione sotto tortura di alcuni bambini di Deraa, tra cui Hamza al Khatib e Tamer al Sari, a far dilagare le manifestazioni di piazza nel 2011.
 
Dopo anni di atrocità dunque solo processi di giustizia potranno ricucire la società siriana, aprendo la strada alla riconciliazione e alla pace. Ma come?
 
Innanzitutto identificando i responsabili, cosa politicamente complessa, dal momento che il principale responsabile dei crimini internazionali commessi è il regime siriano. Sebbene infatti tutte le parti in conflitto abbiano commesso crimini, vi sono delle oggettive differenze circa le responsabilità. Anni di indagini, inchieste internazionali e documentazione raccolta da organi ONU, Commissioni indipendenti e ONG hanno fatto emergere che nel caso siriano è lo Stato il principale violatore del diritto internazionale. I dati del Syrian Network for Human Rights mostrano che delle vittime civili identificate dal 2011 al 2017, il 92% è morto a causa di attacchi del regime siriano, il 2% a causa di quelli russi e “solo” l’1,8% a causa dei ribelli e l’1,6% a causa di ISIS. Ciò non significa che i numeri delle vittime dei vari schieramenti debbano influenzare gli sforzi della giustizia internazionale, ma ignorare queste (dis)proporzioni significherebbe non comprendere la reale natura del fenomeno e pregiudicare ogni tentativo di assicurare i responsabili alla giustizia.
 
I dossier del “caso siriano” dimostrano che le prove a carico del regime sono così solide da aver già permesso di presentare in alcune Corti europee ricorsi legali sulla base della giurisdizione universale, secondo cui i crimini di guerra e contro l’umanità sono così gravi da poter essere processati anche in Paesi terzi. La spina dorsale di questi dossier sono il “caso Caesar”, 45.000 foto di civili torturati a morte nelle carceri siriane e trafugate da un disertore della polizia militare, e i 600.000 documenti autografi di ordini di torture ed esecuzioni di massa firmati e timbrati dalle più alte cariche dello Stato, compreso Bashar al Assad. Assicurare però alla giustizia funzionari dello Stato siriano è difficile: il regime gode dell’appoggio di potenti alleati, due dei quali (Russia e Cina) con potere di veto in Consiglio di sicurezza. La Corte Penale Internazionale non ha giurisdizione sulla Siria, che non ha ratificato lo Statuto di Roma, e l’unica possibilità di deferirla alla Corte è attraverso una risoluzione del Consiglio di sicurezza, finora sempre bocciata dal veto russo e cinese. Un Tribunale internazionale ad hoc per la Siria sarebbe una soluzione, ma necessitando di una risoluzione ONU per poter essere istituito è anch’esso ostaggio del Consiglio di sicurezza. L’alternativa potrebbe essere un Tribunale internazionalizzato, composto da giudici siriani e internazionali; non necessiterebbe del Consiglio di sicurezza ma solo della cooperazione della Siria, cosa che potrà avvenire solo con un cambio di governo. La giurisdizione universale pone l’alternativa per ora più realistica e sono infatti numerosi i Paesi che la stanno attuando (Francia, Germania, Svezia, Spagna ecc..), ma è uno strumento limitato, perché può occuparsi in maniera sporadica di singoli criminali di basso livello.
 
Qualunque sarà la risoluzione del conflitto, il modo migliore per portare la pace in Siria sarà avviare processi di giustizia transizionale imparziali, comprensivi e credibili che evitino di innescare la spirale delle vendette. Si dovrà evitare la giustizia dei vincitori e assicurare una reale giustizia che possa soddisfare tutte le vittime. Si tratta di un processo che durerà decenni ma sarà uno sforzo indispensabile anche per evitare processi di radicalizzazione che potrebbero generare ulteriori estremismi. Fare giustizia è forse davvero l’unico modo per pacificare le insanguinate terre siriane.
 
*Vincitrice Premio di Laurea Acat 2017 con la tesi dal titolo "Crimini Internazionali in Siria: responsabilità e opzioni di perseguibilità" 
 
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