Migranti. Una mappa fatta di torture e violenze

ESODI 2017 è la prima mappa interattiva realizzata esclusivamente grazie alle testimonianze dirette raccolte tra i migranti. Il progetto, che va avanti da circa quattro anni è il frutto del lavoro sul campo svolto dall’associazione MEDU ( Medici per i diritti umani). Grazie alla loro presenza sul territorio ( dai centri d’accoglienza in Sicilia a luoghi cardine e di transito come Roma) i componenti dell’associazione ( medici, psicologi, mediatori e volontari) sono stati in grado di ricostruire le nuove rotte migratorie, e i cambiamenti che si sono verificati in seguito agli accordi italo-libici. Quello che ne viene fuori è un racconto sconvolgente, in cui i diritti umani di uomini, donne e bambini vengono sacrificati ogni giorno in nome di una presunta invasione. I campi di detenzione in Libia sono una cruda realtà di fronte alla quale l’Europa continua a tacere e chiudere gli occhi. Chi vi ha transitato racconta di violenze ripetute, trattamenti inumani e degradanti, torture, schiavismo, omicidi sommari, sparizioni, il tutto a comporre un’autentica mappa dell’orrore che non ha nulla di invidiare, sostengono da MEDU, ai campi di concentramento di epoche passate.
 
“La prima volta che sono partito in mare la guardia costiera libica ci ha intercettato e ci ha riportato a terra. Ci ha condotto in una prigione a Zawia che si chiama Ossama Prison…Quello che differenzia questa prigione dalle altre è il fatto che se si paga il riscatto si è sicuri che si verrà rilasciati, cosa non sempre vera per le altre prigioni. Avvengono infinite crudeltà e torture lì dentro ma finalizzate ad ottenere i soldi, non la violenza diffusa che si vede negli altri posti. Questa prigione viene monitorata da una commissione di europei una volta al mese. Durante la visita mensile le guardie fanno sparire tutti gli strumenti di tortura, le catene e aprono tutte le celle così che sembri un campo profughi piuttosto che una prigione. Poi quando la visita è finita tutto ricomincia come prima.” 
Questo racconta per esempio X.Y. dal Camerun, 25 anni, Hotspot di Pozzallo, Luglio 2017
 
E ancora: “Siamo stati portati in una prigione vicino Tripoli che si chiama “Mitiga”…Ho subito moltissime violenze. Sono stato picchiato tutti i giorni. Sono stato torturato mentre i miei familiari assistevano per telefono alle violenze che subivo per convincerli a pagare un riscatto. Mi legavano le gambe e mi appendevano a testa in giù e poi colpivano con forza sotto i piedi. A volte mi versavano addosso dell’acqua gelata e poi mi colpivano su tutto il corpo con dei tubi di plastica dura. Sentivo dolore intenso, la pelle si gonfiava e diventava rossa, poi questi segni sparivano. Una volta un arabo mi ha tagliato con un coltello sulla mano. Ho visto molte persone venire uccise per futili motivi, a volte solo per divertimento. Molto spesso ho avuto paura di morire, ho pensato che non sarei mai uscito di prigione…”
I., 20 dalla Costa d’Avorio. Hotspot di Pozzallo, Settembre 2017
 
Alla luce di queste agghiaccianti testimonianze e delle molte altre presenti sulla mappa interattiva anche Acat Italia si unisce all’appello lanciato questa mattina da MEDU: “A fronte di un quadro di tale gravità, Medici per i Diritti Umani chiede una reazione adeguata ed immediata da parte dell’Italia, dell’Unione europea e della comunità internazionale. Centinaia di migliaia di persone condannate a queste atrocità non possono essere considerate esseri umani di second’ordine. Così come è stato possibile arrestare il flusso migratorio nell’arco di pochi mesi, con altrettanta rapidità e determinazione deve essere garantita incolumità e protezione ai migranti intrappolati nel lager libico. I centri di detenzione libici, anche quelli sotto il controllo governativo, sono chiaramente non riformabili ed è pertanto necessaria l’immediata attivazione nel paese nordafricano di centri di accoglienza sotto il controllo della comunità internazionale, con il contributo operativo di Unhcr e Oim, dove siano garantite ai migranti la possibilità di fare richiesta di protezione internazionale o la possibilità di un rimpatrio sicuro.”
 
 
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