SETTEMBRE 2016: EGITTO-GIBUTI

Egitto: quattordicenne torturato
Aser Mohamed afferma di essere stato torturato dalla polizia egiziana allo scopo di fargli confessare dei crimini mai commessi. Se giudicato colpevole rischia fino a 15 anni di prigione. Il ragazzo è stato arrestato il 12 gennaio 2016 da agenti della sicurezza nazionale, senza mandato d’arresto, che hanno dichiarato alla famiglia che lo prelevavano per un breve interrogatorio senza specificare il luogo dove lo portavano. Durante i 34 giorni successivi, le autorità hanno negato di essere a conoscenza della sua detenzione alla famiglia e agli avvocati che a più riprese avevano chiesto informazioni. Il 15 febbraio, Aser Mohamed è comparso davanti al procuratore generale della sicurezza dello stato, al Nuovo Cairo, ed è stato interrogato senza un avvocato. E’ stato accusato di diversi crimini, in particolare di appartenere a una associazione dei Fratelli musulmani proibita dalla legge e di aver commesso un attentato a un albergo. Le accuse contro di lui sono basate su confessioni ottenute sotto tortura nel corso dei 34 giorni di detenzione illegale.
 
Aser ha dichiarato al procuratore di essere stato torturato con scariche elettriche e di essere stato appeso per ore. Tuttavia, il procuratore non ha aperto un’inchiesta per accertare la veridicità dei fatti, anzi avrebbe minacciato di rimandarlo all’agenzia nazionale per farlo torturare di nuovo se avesse tentato di ripetere queste accuse. Il procuratore ha successivamente disposto di sottoporlo a detenzione provvisoria, contravvenendo così alle leggi egiziane che proibiscono la detenzione provvisoria per i minori di 15 anni. Dopo vari rinvii, il tribunale ha fissato l’udienza del processo per l’8 ottobre. Se dichiarato colpevole, Aser Mohamed rischia fino a 15 anni di prigione. Attualmente è detenuto nei locali della polizia di Talbeya, a Guizeh, in condizioni disumane, divide una cella di 4 metri per 6 con altri 12 detenuti, non è autorizzato a uscire dalla cella e non ha potuto ricevere le visite dei suoi familiari dal 2 agosto.
 
Gibuti: Rifugiati etiopi minacciati di espulsione
Dallo scorso mese di agosto le autorità di Gibuti hanno arrestato molte centinaia di richiedenti asilo e rifugiati etiopi amhara e oromo allo scopo di rinviarli nel loro paese dove sarebbero a rischio di tortura. Il numero delle espulsioni è bruscamente aumentato fra il 7 e l’8 agosto quando in Etiopia nelle regioni di Oromo e Amhara si sono tenute delle grandi manifestazioni. L’Etiopia è scossa da forti proteste antigovernative. Dopo le manifestazioni di gennaio della minoranza oromo e quella degli amhara a Gondar il 12 e 13luglio, entrambe duramente represse, domenica 31 luglio sono riprese le contestazioni a Gondar. Il pretesto della manifestazione, così come delle proteste di luglio, è il provvedimento amministrativo che ha portato il distretto Wolkait, tradizionalmente appartenente alla regione Amhara, sotto la regione del Tigray. In realtà, il malcontento è molto più profondo. Gli oromo (etnia maggioritaria) e gli amhara (gruppo che tradizionalmente ha governato il Paese) si sentono discriminati. Da 25 anni, infatti, l’amministrazione statale è diventata dominio assoluto del gruppo di potere tigrino coalizzato nel partito Eprdf.
 
Tutti i posti chiave sono in mano ai tigrini e lo stesso Parlamento è dominato al 100% dal partito di potere. Per gli oppositori e per i gruppi etnici diversi da quello tigrino ogni spazio è quindi precluso. Ciò ha portato a violente manifestazioni che il Governo di Addis Abeba ha represso duramente. Nelle proteste di Gondar a luglio sono morte una decina di persone e anche nella manifestazione di domenica sarebbero, secondo i primi bilanci, almeno una quindicina le vittime. La violenta risposta della polizia alle manifestazioni e il regime repressivo perle minoranze ha costretto molti abitanti a lasciare il paese. A Gibuti le procedure di registrazione per i richiedenti asilo sono molto lente e i ritardi impediscono ai richiedenti asilo di registrasi come rifugiati e di conseguenza essi rimangono privi di documenti che attestino il loro diritto a rimanere nel paese fino a quando la loro pratica sul diritto d’asilo non sarà trattata Le attuali espulsioni violano sia il principio di non respingimento (che proibisce di trasferire una persona in luoghi dove rischia persecuzioni o gravi violazioni dei diritti umani) sia il diritto di manifestare per motivi legati ai diritti umani contro tali respingimenti.
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