Ottobre 2017: Iran-Marocco

Iran: Mohammad Ali Taheri condannato a morte una 2° volta
Mohammad, un maestro spirituale iraniano, è detenuto in isolamento dal maggio 2011 con l’accusa di diffusione della “Corruzione sulla terra” e “oltraggio ai sacri valori dell’Islam”. Un tribunale rivoluzionario lo ha condannato nell’ottobre 2011 a 5 anni di prigione per questo secondo capo d’accusa, dichiarando, tuttavia, che era necessario un completamento di indagine, prima di pronunciarsi sulla accusa per il primo reato.
Nel luglio 2015 è stato condannato a morte per “diffusione della corruzione sulla terra” per aver fondato il gruppo spirituale Erfan Halgheh, cioè credenze e pratiche qualificate dalle autorità come “perverse” e considerate come un tentativo di “rovesciare senza violenza” il governo, indebolendo le convinzioni religiose del popolo.
 
La Corte Suprema ha annullato questa sentenza nel dicembre 2015 in quanto tale accusa non trovava riscontro nelle leggi vigenti al momento dei fatti.
Il caso è stato rinviato al pubblico ministero per una nuova inchiesta e,nel frattempo, Mohammad è stato trattenuto in prigione, dove per protesta ha iniziato uno sciopero della fame nel Gennaio 2016. In tale occasione anche ACAT Italia si era attivata per chiedere la sua liberazione. 
Mohammad ha trascorso 6 anni di prigionia in isolamento  nella prigione di Evin, prigionia durante la quale ha subito violenze riconosciute come torture dal Rapporteur speciale dell’ONU, ha attuato più volte lo sciopero della fame e alcuni tentativi di suicidio.
 
A seguito della reiterata inchiesta, il nuovo processo terminato il 27-8-2017 si è concluso con una seconda condanna a morte per “Corruzione”. La parola deve ora passare alla Corte Suprema dove è stato deposto un appello affinché questa barbara sentenza non diventi irreversibile, poiché in virtù del principio “ne bis in idem” non avrebbe potuto essere giudicato per una seconda volta per un reato per il quale era già stato assolto. Tale accanimento delle autorità giudiziarie iraniane nei suoi confronti fa pensare che queste procedure abbiano un fondamento politico e siano infondate giuridicamente.
 
Sahara Occidentale: prigionieri perseguitati e dispersi
Con una nuova rappresaglia le autorità marocchine hanno deciso il trasferimento in diverse prigioni dei 19 sahrawi già implicati nel processo di Gdeim Izik, per il quale ACAT si era attivata nel febbraio 2017. La nuova sentenza nei loro confronti, pronunciata il 19 luglio scorso,  basata su confessioni estorte con la tortura, li condanna a pesanti pene. Solo a due dei 21 accusati al momento detenuti sono state  ridotte le pene e liberati. 
Il trasferimento dei 19 detenuti, avvenuto all’improvviso nella notte fra il 15 e il 16 settembre, è anche stato accompagnato da misure punitive: confisca di libri e abiti, detenzione con i criminali comuni marocchini, privazione di cure mediche, di letti e coperte, etc. Traumatizzati fisicamente e psicologicamente  a causa delle torture subite dopo l’arresto e della loro arbitraria prigionia, i prigionieri detenuti insieme da sette anni si potevano sostenere a vicenda. Le autorità marocchine cercano ora di indebolirli separandoli. 
 
Otto di loro hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le violazioni del diritto internazionale umanitario di cui sono vittime. 
Il Sahara occidentale è considerato dalle Nazioni Unite un territorio non autonomo, occupato dal Marocco dal  1975, occupazione illegale, in quanto il Marocco non è stato riconosciuto dall’ONU come potenza amministrante. 
 
Il diritto  internazionale umanitario si applica a questo territorio e fissa regole precise per l’ occupante, quali l’interdizione della tortura, l’obbligo di rispettare i diritti della difesa e di imprigionare e giudicare i Sahraoui nel territorio occupato. La 4° Convenzione di Ginevra protegge i cittadini dei Paesi occupati e le violazione dei loro diritti possono essere considerate crimini di guerra.
Fino ad ora, in violazione delle numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di sicurezza, il Marocco rifiuta di riconoscere al Sahara occidentale lo statuto di territorio autonomo. Al contrario, lo ha illegalmente annesso  considerandolo come une provincia marocchina rifiutando di applicare il diritto internazionale umanitario.
 
Ogni riferimento all’occupazione espone chiunque a processi e a misure di ritorsione che possono arrivare fino alla tortura. 
Nell’ultimo processo degli accusati di Gdeim Izik alla Corte d’appello di Rabat fra gennaio e luglio 2017, gli avvocati francesi degli accusati hanno cercato di contestare  la competenza della Corte sulla base del diritto internazionale umanitario. La loro arringa è stata interrotta dopo qualche minuto e sono stati destituiti d’ufficio il 16 maggio ed espulsi violentemente dall’aula. 
 
 
Condividi