NOVEMBRE 2015: LIBANO- ASILO NELLA UE

Libano: i rischi dell’impegno
Marie Daunay è stata membro dell’ACAT Francia facendo parte del Consiglio direttivo dal 2003 al 2006. Con suo marito  Wadih Al-Asmar vive in Libano da 10 anni ed ora la coppia  rischia un anno di prigione per aver denunciato gli episodi di tortura nel paese.
Insieme essi dirigono il Centro libanese dei diritti umani (CLDH). Nel febbraio 2011 il Centro ha pubblicato un rapporto intitolato: “Detenzioni arbitrarie e tortura: l’amara realtà del Libano” nel quale si denunciava la pratica abituale della tortura e si coinvolgevano diversi sevizi di sicurezza e uomini politici libanesi fra i quali membri del partito Amal del Presidente del Parlamento.

Nell’aprile 2013, a seguito delle numerose denunce di tortura presentate dalla ONG Alkarama, il Comitato contro la tortura aveva condotto una inchiesta per determinare l’ampiezza del fenomeno della tortura e della conseguente impunità in Libano concludendo che sia forze armate che i servizi di sicurezza ricorrevano sistematicamente alla tortura nei confronti di prigionieri e stranieri, in particolare siriani e palestinesi.

Poco dopo, il Presidente del Parlamento ha sporto denuncia per diffamazione, incitamento alle divisioni religiose, attentato all’unità del paese e false accuse. Invece di porre in essere una inchiesta sulle accuse di tortura, la giustizia libanese ha dato corso alla denuncia di diffamazione. Marie Daunay e Wadih Al-Asmar saranno giudicati in dicembre. Nel 2014 essi hanno ricevuto il premio dei diritti dell’uomo della Repubblica francese per il loro progetto di assistenza ai detenuti vulnerabili nelle prigioni libanesi.

**Volendo, invece di inviare la lettera in Libano si può firmare on line la petizione sul sito di ACAT  France


No alle liste dei « paesi di origine sicuri » nella U.E.
Un' azione di tutte le ACAT d’Europa in difesa dei civili, contro l’arbitrio e le violazioni dei diritti umani
Dopo la seconda guerra mondiale, i rifugiati erano Europei. Le convenzioni delle Nazioni Unite, di Ginevra del 1951 sui rifugiati, e quella del 1984 contro la Tortura, sono state scritte, firmate e ratificate per proteggere i civili, più indifesi, di fronte all‘arbitrio e alla violenza dello Stato.
Esse pongono il principio dell’eguaglianza di ciascuno circa la protezione contro le persecuzioni, la tortura e i trattamenti inumani e degradanti.
 La Convenzione di Ginevra del 1951 impone che le persone che temono persecuzioni possano presentare una domanda d’asilo e esporre le ragioni per le quali hanno bisogno di protezione, prima di ogni decisione.

La Convenzione contro la tortura del 1984, all’articolo 3, protegge le persone contro un rinvio  verso un paese dove rischierebbero la tortura.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU (DUDU) de 1948, protegge il diritto d’asilo, interdice la discriminazione e proclama il principio di eguaglianza di tutti nel godimento di questo diritto.

La « crisi delle migrazioni » rimette in forse l’universalità di questa protezione. Man mano che gli arrivi in Europa sono divenuti più numerosi, l’opinione pubblica abbandona  la simpatia e il rispetto dei diritti, per la paura degli stranieri visti come una minaccia. I politici degli Stati europei promuovono soluzioni affrettate che spesso sono inefficaci e contrarie ai diritti umani: l’obiettivo principale resta quello di mantenere una politica migratoria chiusa e selettiva. La logica  è quella di scegliere fra i  buoni  e i  cattivi fra i veri e i falsi rifugiati.

La nozione di “paese d’origine sicuro” e le conseguenze sulla protezione contro la tortura

Le direttive europee del « pacchetto asilo » permettono agli Stati membri d’instaurare meccanismi di selezione in base a pregiudizi sulla credibilità della persona anche per l’utilizzo delle “liste di paesi d’origine sicuri”. Questo strumento é stato introdotto dalla Direttiva procedure del 2005 e permette agli Stati membri dell’Unione Europea di creare liste di paesi ritenuti “sicuri” sotto il profilo dei diritti umani (in cui sarebbe basso o nullo il rischio persecuzione, di tortura o di condanna a morte),  i cui cittadini si presumerà –quindi- siano meno in pericolo di altri e pertanto la loro domanda d’asilo sarà considerata “a priori” meno credibile.

Le loro domande potranno essere poste in procedura accelerata sulla sola base della nazionalità. Questa procedura non è solo più rapida ma priva le persone  dei paesi detti sicuri di mezzi e tempi per una completa difesa giuridica, esponendo così i migranti al rischio di essere rimpatriati verso persecuzioni e torture.
Su 28 Stati membri della U.E., 15 hanno incorporato nella loro legislazione la possibilità di discriminare i richiedenti asilo in base alla loro nazionalità, sulla base delle loro liste dei “paesi sicuri”, liste che sono tuttavia variabili fra uno Stato e l’altro e stabilite secondo differenti procedure. In queste liste sono presenti paesi dove le violazioni dei diritti umani sono invece gravi come , la Georgia, il Kosovo, o le Nigeria...

L’Unione europea cerca di ampliare  queste liste. Il  9 settembre 2015, il  Consiglio dei ministri dell’Unione Europea ha validato il principio d’una “lista europea condivisa dei paesi d’origine sicuri”. Questa proposta comporterà che alle liste nazionali esistenti si aggiungerà la lista europea, creando un sistema di doppie  liste che non semplificherà le procedure dei richiedenti asilo. Questo principio di selezione si basa sul pericoloso postulato secondo il quale la legittimità di una domanda di asilo può essere presunta, anziché vagliata caso per caso.

Tutte le ACAT d’Europa hanno deciso di agire contro questa violazione dei diritti fondamentali, poiché è proprio il concetto di “paese di origine sicuro” come criterio di decisione nel valutare una domanda d’asilo  che infrange il criterio dell’eguaglianza dei migranti ed il diritto di ognuno di esporre i motivi per cui presenta  domanda d’asilo in un paese europeo.
Non possiamo accettare una legalizzazione discriminatoria, bisogna cercare di sradicare dalle direttive europee questa norma che consente giudizi “a priori” per ridare vigore alla Convenzione di Ginevra e al suo valore universale.

 

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