Maggio 2017: Egitto-Iran

EGITTO: Difensore dei diritti umani arrestato e torturato

Il 10 marzo 2017 alle 5 del pomeriggio Ahmed Abdelsattar Amasha di 56 anni, difensore dei diritti umani, è stato arrestato dalla polizia in un posto di blocco nella periferia del Cairo, secondo la testimonianza di amici e passanti. Per un mese non è stato reso noto il luogo della sua detenzione malgrado le denunce presentate dalla famiglia e da organizzazioni di difesa dei diritti umani. Recentemente gli avvocati hanno potuto incontrarlo ed egli ha dichiarato che la mobilitazione pubblica in suo favore aveva migliorato il trattamento fino ad allora subito ed erano cessate le torture con scosse elettriche e violenza carnale.

Attivista ben noto dei diritti umani egli è cofondatore dell’Associazione delle famiglie degli scomparsi, che si occupa di dare assistenza legale alle famiglie delle vittime di sparizioni forzate aiutandole nella presentazione di denunce al Procuratore Generale. Questa associazione organizza anche campagne mediatiche e dimostrazioni pubbliche a favore delle vittime e delle loro famiglie ed anche seminari e incontri con altre organizzazioni attive nella difesa dei diritti umani, come El Nadeem Centre , Hisham Mubarak Law Center e Egyptian Commisssion for Rights and Freedom.
Ahmed Abdelsattar Amasha, veterinario, dirige il sindacato della sua professione è anche membro del movimento di opposizione Kefaya.

Il numero delle sparizioni forzate in Egitto è in aumento secondo il rapporto di Amnesty International, esse sono utilizzate per estorcere prove in casi giudiziari montati ad arte per intimidire e impedire le azioni dei difensori dei diritti umani ed evitare quindi le denunce nei confronti del governo delle ripetute gravi violazioni dei diritti umani. Il caso di Ahmed Abdelsattar Amasha sembra rientrare in questa casistica tanto più che gli uffici di El Nadeem Centre sono stati chiusi il 9 febbraio scorso dalla polizia dopo persecuzioni giudiziarie da parte delle autorità.
 

IRAN: Militante politica arrestata per la seconda volta

Hengameh Shahidi, giornalista e militante politica, è stata arrestata senza mandato il 9 marzo2017 a mezzanotte nella casa di un parente nella città di Meched, nel nord est dell’Iran. In un primo momento è stata imprigionata a Meched e poi trasferita nella prigione di Evin dove attualmente si trova, in isolamento nella sezione 209 che è posta sotto il controllo del Ministero delle Informazioni. Dalla data dell’arresto Hengameh Shahidi è in sciopero della fame per protesta.


Le autorità non le hanno comunicato le accuse nei suoi confronti e hanno rifiutato di autorizzare l’incontro con il suo avvocato secondo il quale Hengameh Shahidi sarebbe accusata di un crimine non precisato ma legato alla “sicurezza”. Il suo arresto sarebbe stato disposto dal procuratore speciale incaricato delle violazioni legate al rapporto con i media e alla cultura agli ordini del procuratore generale di Teheran. La donna era stata già imprigionata durante la repressione seguita alle elezioni presidenziali del 2009 a causa della sua militanza politica come consigliera di un candidato dell’opposizione e della sua attività come reporter di un giornale riformista.

 

Era stata accusata di aver scritto su manifestazioni dopo le elezioni, di aver dato interviste, di aver firmato delle dichiarazioni presentate a organi delle Nazioni Unite riguardo alle violazioni dei diritti umani in Iran e aver sostenuto campagne per l’abolizione delle esecuzioni per lapidazione e la modifica delle leggi discriminatorie nei confronti delle donne. Nel corso di un processo iniquo aveva dovuto sottoscrivere una dichiarazione di colpevolezza ed era stata condannata a 6 anni di prigione trascorsi in isolamento. Aveva subito maltrattamenti, torture e minacce di morte; a causa di scompensi cardiaci era stata rimessa in libertà nel 2011. Questo nuovo arresto sembra inserirsi nell’onda di nuove repressioni mirate a fermare militanti politici e giornalisti prima delle elezioni presidenziali del 2017 per influenzarne i risultati.

 
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