Detenzione amministrativa. Abstract della tesi vincitrice

Pubblichiamo di seguito l'abstract della tesi vincitrice del Premio di Laurea Acat Italia 2019. 
"La detenzione amministrativa dei migranti” di Alessandro Valenti, relatore Prof. Pasquale Bronzo
La detenzione amministrativa dei migranti costituisce un vero e proprio paradigma custodiale alternativo a quello penalistico, con caratteri propri, che, di regola, si riflettono negli Stati che ne fanno utilizzo. Lungi da essere disposta in un’ottica rieducativa, è una sorta di cautelare amministrativa, funzionale ad assicurare il governo dell’immigrazione e – sempre più - delle migrazioni. Viene disposta dalle forze di polizia, mentre il giudice interviene soltanto in funzione di controllo sulla legittimità della detenzione (il c.d. “judicial review”).
 
Di fatto, la sua applicazione è la regola, in spregio al principio di proporzionalità, il cui sindacato appare indebolito persino nelle istanze internazionali. Trova esecuzione in luoghi che, per architettura e regime detentivo, appaiono come prigioni di fatto, nelle quali, però, il diritto penitenziario non entra e vige un regime di arbitrarietà del trattamento amministrativo. Regola è anche la privatizzazione, a cui talvolta si accompagna la confidenzialità dei contenuti contrattuali e di ciò che accade nei centri, spazi impermeabili alla società civile, considerate le preclusioni o restrizioni che incontrano giornalisti e Ong. È soffocata la voce di chi vede violata la propria dignità, essendo un’assoluta eccezione la previsione di sistemi di reclamo. In breve, la detenzione amministrativa è l’esercizio di un potere strumentale alla “difesa dei confini”, intimamente sovrano e perciò “sciolto” dalle catene del diritto penale. Pertanto, non sorprende la sua legittimazione anche a livello internazionale ed il suo successo mondiale, che la c.d. “esternalizzazione dei controlli di frontiera” finisce di spiegare. 
 
La stessa risoluzione della “crisi dei rifugiati” è passata per un massiccio utilizzo dei poteri coercitivi nei Paesi di transito - come la Libia, nei cui centri i migranti vengono sistematicamente torturati - e alle frontiere esterne, con l’implementazione del c.d. ”Hotspot approach”. Nelle sue eterogenee applicazioni, il sistema made in Bruxelles vede il suo perno nella detenzione amministrativa, protratta nei “punti di crisi” dallo sbarco fino al fotosegnalamento o fino alla definizione della domanda d’asilo (rispettivamente in Italia ed in Grecia). Fisiologico il sovraffollamento e quindi la fatiscenza delle strutture. In Italia si tratta di veri e propri punti ciechi dell’ordinamento giuridico. Nessuna regolamentazione delle condizioni di detenzione, disposta de facto, quindi in assenza di una base giuridica, di un provvedimento e dell’intervento di un giudice. Il decreto Salvini introduce una base giuridica per la detenzione in Hotspot dei richiedenti asilo, base giuridica che, però, è a nostro avviso fittizia, risolvendosi in un mero nulla osta all’esercizio di un potere.
 
In Grecia, dopo la Dichiarazione Ue-Turchia, le domande d’asilo vengono necessariamente esaminate sulle isole dell’Egeo e i richiedenti hanno l’obbligo di risiedere nei centri Hotspots, da cui sono materialmente dipendenti. Il freno alla mobilità verso la Grecia continentale, il fallimento della “relocation” e del sistema dei rimpatri, nonché i nuovi arrivi sulle isole, ingenerano un cronico e progressivo sovraffollamento. Si spiega così l’inferno di Moria, ove il motivetto umanitario della lotta ai trafficanti sovrasta le grida di disperazione degli esseri umani. L’Italia sembra voler replicare il modello greco e la Commissione europea sembra voler rafforzare il progetto frontierocentrico. Il migrante indesiderato deve risvegliarsi dal sogno europeo ai confini d’Europa, ove questa mostra i muscoli con la sequenza: confinamento, esame rapido della domanda, immediato rimpatrio. Questa la nostra lettura. 
 
Nessun dubbio: la detenzione amministrativa inverte le gerarchie nel rapporto libertà-autorità, fino a piegare la stessa dignità umana sull’altare della sicurezza. La detenzione spesso arbitraria e non preventivata si innesta su un quadro di pregressa sofferenza fisica e mentale, impattando fortemente sulle condizioni di salute del migrante. È altrettanto indubbio che spesso è del tutto inutile: a nulla serve la custodia di un migrante di fatto inespellibile; non vi sono prove della sua capacità deterrente rispetto ai nuovi ingressi (a voler ritenere la natura non penale della misura). Allora, se la detenzione amministrativa è umanamente inaccettabile e scarsamente efficiente, è giocoforza confinarla ad extrema ratio, in un processo complesso che passa per la sua demistificazione e per la ricerca di efficaci misure alternative.
 
 
 
 
 
 
 
Condividi
 

Tags