Cosa anima o frena i giovani d’oggi, in Italia?

Il 5% dei giovani millennials non cerca lavoro, non fa nulla, vive in un'attesa senza speranza, in un eterno presente, fatto di video giochi, telefonini, socials, privi di un'idea di futuro. E ACAT si chiede "Cosa anima o frena i giovani d’oggi, in Italia?" Riportiamo la visione espressa dalla Prof.ssa Marina D’Amato, all’incontro delle ACAT Europee  
È la generazione figlia dei baby boomers anni 60/70 protagonisti di una storia che prima di loro i giovani non avevano avuto, diventati un modo di pensare, di capire, vestire, nel convincimento che la gente è libera di fare ciò che crede. È stata quella dei baby boomers una generazione che, divenuta  adulta, ha concesso tutto ai figli nel convincimento che tutto era acquistabile. Anche la comunicazione ha contribuito al cambiamento di mentalità facendo dei giovani dei protagonisti cui tutto era dovuto. Si è venuta a creare una frattura tra genitori e figli, tra genitori che avevano faticato, studiato, perché quella fatica immensa, anche astratta, a pensare, a studiare era considerata un prodromo necessario per l'assunzione di future responsabilità e i figli cui tutto era dovuto, tutto doveva risultare facile. 

Ci sono giovani che non hanno mai aperto un libro, che .non si sono mai scervellati a pensare, a studiare forse perché nessuno gli ha mai insegnato a pensare, a riflettere, a studiare. La semplificazione ha preso il posto dell'erudizione di prima, i giovani sono diventati protagonisti della loro storia e dei loro diritti, ma non dei doveri, fin da bambini. In una recente inchiesta rivolta ai giovani tra i 14 e i 15 anni della provincia di Roma, alla domanda "quando hai cominciato a pensare e con chi", la risposta è stata: con i nonni, poi i social network e poi ancora i compagni...

Spicca l'assenza dei genitori. Ci poniamo la domanda sul perché i giovani non hanno un moto di rivolta contro le storture della nostra società, sulle disuguaglianze, sullo stallo dell'ascensore sociale come invece avveniva per esempio nel '68. Il 25% dei giovani italiani  è al di fuori di tutto, apatia è la parola chiave, è mancata l'adolescenza, sono mancate le figure genitoriali di riferimento, manca l'eroe con cui confrontarsi. Prendiamo il mondo delle favole,le figure di Hansel e Gretel che hanno nutrito l'infanzia di intere generazioni o quella di Cenerentola: avevano un fine educativo di crescita, Hansel e Gretel abbandonati nel bosco riescono a elaborare tecniche di sopravvivenza e i genitori così vituperevoli diventavano genitori che sapevano distaccarsi dai figli confidando nelle loro capacità di intraprendenza.  

Una favola non a caso nata in un mondo e in una cultura lontana da quella mediterranea, latina , italiana. Non a caso , noi abbiamo Pinocchio, l'eterno fanciullone scansafatiche, furbo, bugiardo, svogliato. E comunque tutte le favole sia quelle di Andersen, Grimm, Perrault, arrivano a una catarsi che implica nei protagonisti il passaggio a uno stato successivo di crescita, archetipo di uno sviluppo umano eterno. In sintesi, c'era l'identificazione con un modello. Adesso, invece dagli anni '70 in poi, tutti i giovani condividono si gli stessi eroi, ma in una serie infinita e ripetitiva di episodi televisivi che durano al massimo 5 anni, poi si passa ad altro. Abbiamo storie cicliche che non finiscono mai, senza acme o fase catartica, senza traumi che impediscano la puntata successiva; i giovani non si identificano più col personaggio eroe ma con gli oggetti legati al personaggio, oggetti che si possono comprare, perché tutto è possibile comprare.

Sono figli di genitori che hanno trasmesso questo messaggio, di genitori non attenti che inondano i figli di giocattoli e di attività che occupano tutta la giornata, la piscina, il calcio, ...attività che a volte durano pochi mesi e se non piacciono si passa ad altre. Sono figli di genitori che possono economicamente, che caricano i loro figli di attività perché così si scaricano di responsabilità nell'illusione che riempire tutti gli spazi liberi della giornata possa supplire alla loro assenza. L'ansia è la parola chiave di una generazione di genitori che ha abdicato al suo ruolo. Questi genitori vogliono un figlio capolavoro, supereroe, non come viene viene e quindi fin dalla primissima infanzia spendono un patrimonio per le attività del bambino. Nel mondo italico, nella nostra cultura, all'assenza plateale del padre fa da contraltare la figura materna: la mamma è sempre lì, onnipresente, la mamma tutto compra, tutto comprende, tutto giustifica e perdona. La Grande Madre Mediterranea. Ci chiediamo perché i giovani non votano e non si impegnano, ma ci chiediamo che valori trasmette la politica? Ci chiediamo perché non si ribellano. I giovani cresciuti in questa società non hanno neanche la forza di ribellarsi. Nelle storie cicliche che vedono in TV per 365 giorni l'anno, l'eroe non trasmette un'idea di rifondazione, liberazione, rivolta.
 
Il 71% dei giovani intervistati alla domanda sulla felicità risponde di "stare bene", c'è un desiderio di competenze, il 25% accetterebbe un lavoro manuale, meglio spazzini che lavorare nei call center. C'è desiderio di fare, cosa non si sa, il pensare viene dopo. Le figure di riferimento sono nell'ordine: la madre, la figura principale, l'alleata; l'amico/a; il partner; il padre; la figura religiosa. In sostanza, cercano chi non li giudica. C' è una grande fiducia nei social network, nella polizia e nei carabinieri, nella scuola, nella Chiesa cattolica. Ultimissimi  vengono i partiti politici e l'associazionismo. La maggior parte ignora l'esistenza del servizio civile. L'Europa è considerata un fallimento, non si sentono cittadini europei anche se hanno amici all'estero, viaggiano e vivono da europei. Un'attività pratica li attira, li seduce, Questo può essere un grimaldello, la chiave di volta per il lo-ro  interessamento e coinvolgimento. È una genera-zione che va istruita a pensare, procedendo per tappe, dal fare al pensare. Coinvolgerli significa motivarli, far conoscere progetti, inserirli nel sociale, immaginando percorsi diversi per fasce di età. C' è molto da lavorare ma ne vale la pena.
Mariella Zaffino ( articolo tratto dal Corriere di luglio 2017)
 
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